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Un polo "aggregante" che somiglia piĆ¹ a una preda
Articolo del 21 maggio 2014

Da Repubblica.it


Il socio di Fintech vuol fare di Mps un perno per concentrazioni bancarie future. Ma gli otto mesi da liquidatore di Antonella Mansi, che esce di scena dalla Fondazione locale, mostrano che il futuro si gioca in difesa

L'assemblea Monte dei Paschi da anni non terminava alle 13,27. La discussione sull'aumento di capitale è stata minima e il voto a favore plebiscitario: quasi il 97%. Tutti i soci - piccoli e grandi - e in parte anche il management sembrano già pensare a un futuro che sarà totalmente diverso dal passato remoto e recente. La ricapitalizzazione, benché quasi doppia rispetto alla capitalizzazione, non sarà un problema (anche perché garantita dal consorzio bancario).

Ma cosa verrà dopo, quando tra sei mesi si chiuderanno gli esami della Bce sugli attivi delle banche d'Europa, e secondo molti addetti ai lavori partirà un nuovo giro di fusioni e acquisizioni continentali? Il leader di Fintech e neo primo socio David Martinez Guzman, intervistato dal Sole 24 Ore, ha mirato alto: "Ho fiducia in Mps e nel management, saremo un polo aggregante. Il consolidamento è inevitabile: Mps potrebbe essere, in una seconda fase, elemento di attrazione attorno a cui far convergere asset italiani e poi, magari, europei". Parole che il presidente Alessandro Profumo ha giudicato "lusinghiere". Anche Antonella Mansi, alla sua ultima uscita importante come presidente della Fondazione Mps (che con Fintech e Btg Pactual ha stretto un patto sul 9% del capitale, pre e post aumento), ha svolto un concetto simile:

"L'ente ha operato e opererà come soggetto aggregante, nell'intento di individuare e mettere insieme investitori qualificati che agiscano, in un'ottica condivisa di medio-lungo termine, a sostegno del rilancio di Mps".

Mansi, che nei suoi otto mesi di presidenza ha agito con piglio deciso e quasi commissariale per "mettere in sicurezza" la Fondazione, è già rimpianta, specie dai piccoli soci locali. Ma i numeri dicono altre cose rispetto alle parole, o forse sarebbe meglio dire i desiderata. Il Monte dei Paschi, dei 5 miliardi che raccoglierà a luglio nella ricapitalizzazione, dovrà utilizzare circa il 90% per rimborsare i Monti bond da 4,07 miliardi, più il sovrapprezzo e gli interessi del prestito pubblico, più i costi (oltre 200 milioni) delle garanzie bancarie all'operazione. A conti fatti resterà qualche centinaio di milioni, e il presidio regionale di una banca tornata commerciale, riducendo i rischi finanziari, le ambizioni di grandeur sulla rete che avevano spinto alla drammatica acquisizione di Antonveneta e un taglio del bilancio pari a un quinto.

Perfino se il piano di rilancio al 2017 (con obiettivi che il mercato ritiene "più che ambiziosi", come ha detto l'ad Fabrizio Viola) sarà concluso con successo, quel che resterà del secolare Monte, dopo il Monte della ditta Mussari & Vigni, sarà un marchio forte con una fitta rete commerciale in qualche regione del Centro Italia.

Un perfetto obiettivo per un operatore straniero che volesse accreditarsi nel mercato bancario domestico; o almeno così sembrano pensare molti operatori e qualche concorrente di Rocca Salimbeni.

Certo, si può guardare la metà del bicchiere mezzo pieno, e come ha detto con puntiglio Alessandro Profumo in assemblea, "ricordare che senza quel che abbiamo fatto in questi due anni la banca non ci sarebbe più, e nemmeno la Fondazione Mps". Tuttavia nel prossimo gioco delle fusioni europee il Monte dovrà correre forte: imparare a "stare sul mercato" per davvero, diventando una banca "che un cliente possa consigliare ai propri amici", ha detto il presidente.

Ma intanto prepararsi a un futuro che non sarà più nelle mani di Siena, e potrebbe non esser più autonomo.

(21 maggio 2014)

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