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Quanto costa uscire dall'euro?
Articolo del 14 dicembre 2013

Da Il Sole 24 Ore


1. La ricetta sbagliata

È sbagliata, lo dicono in molti, la ricetta con cui si sta cercando di guarire il malato Europa. Una ricetta basata solo sul rigore, sul perseguimento ottuso del pareggio di bilancio. La teoria del pareggio di bilancio è stata abbandonata progressivamente dalla gran parte dei governi occidentali dopo la Grande depressione del 1929. Si capì allora che per tornare a crescere bisognava perseguire politiche economiche espansive. L'America, che cercava di applicare le teorie di John Maynard Keynes, mandava gli operai a costruire ferrovie e autostrade, a spazzare le strade. Di tutto per vincere la disoccupazione. Riuscì a ripartire grazie agli interventi pubblici di sostegno alla domanda, che determinarono l'aumento dei consumi, degli investimenti e, in definitiva, dell'occupazione. L'America di Roosevelt vinse la guerra sul nazifascismo e riuscì persino a finanziare lo sviluppo dei paesi europei sull'orlo del fallimento dopo il 1945.


2. L'America di Obama è ripartita

Le stesse politiche espansive che gli Stati Uniti di Barack Obama stanno cercando di attuare ora per vincere la crisi. L'economia americana è ripartita grazie alle forti politiche di stimolo fiscale e monetario. La combinazione tra tagli alla spesa pubblica e stimoli monetari e fiscali hanno riportato in breve tempo il paese alla crescita e ridotto il disavanzo pubblico. Mentre l'Europa è ferma. Immobile. In politiche focalizzate solo sul controllo del rigore di bilancio e dell'inflazione.


3. Più Europa meno Berlino

Le politiche rigoriste dai paesi del Nord Europa stanno cancellando il destino delle giovani generazioni nei paesi del Sud Europa. E' la ricetta che va cambiata. Per farlo non occorre uscire dall'euro o dall'Europa come gridano (e grideranno ancora di più nei prossimi mesi) i leader populisti e nazionalisti, in un'insolita unità d'intenti disgregatrice (Marine Le Pen che dice le stesse cose di Beppe Grillo). Se ne esce con un coraggio politico non più visto negli ultimi 13 anni sotto la commissione Barroso. Per assurdo, c'è bisogno di più Europa (e non di meno Europa) per tornare a crescere. La soluzione di un consolidamento dell'euro passa attraverso una decisa sterzata delle politiche comunitarie in favore della crescita, degli investimenti e dell'occupazione. Il rafforzamento dell'euro presuppone, insomma, un cambio di marcia a Bruxelles, una politica meno germano-centrica. Presuppone che Berlino accetti il nuovo statuto della Bce, per attuare una strategia monetaria espansionista in cambio di riforme strutturali dei paesi con debito e deficit elevati (come l'Italia).


4. Uscire dall'euro: due scenari

La zona euro è uscita dalla recessione ma resta sotto la minaccia della deflazione, della disoccupazione (12,2% della popolazione attiva) e dei debiti eccessivi degli Stati (93% del Pil, con l'Italia che spicca tra i meno virtuosi). I populismi si incendiano, alimentati nei paesi del Sud Europa dall'odio verso le politiche di austerità e, all'inverso, nei Paesi del Nord dalle spinte verso una mancata solidarietà verso il Sud. Accanto a questo stato di cose, non ci sono che due soluzioni: l'uscita dell'euro o una sua rifondazione attraverso una integrazione rafforzata. 
L'uscita dall'euro può avvenire in due modi: attraverso un negoziato che associa il ritorno alle monete nazionali nell'Europa del Sud e la creazione di una moneta comune nell'Europa del Nord; in modo traumatico, attraverso una disintegrazione delle euro travolto da crisi politiche ed economiche nazionali e da, conseguenti, speculazioni finanziarie dall'estero. Il primo scenario di uscita concertata resta teorico perché parte dall'assunto - per niente scontato - che gli Stati della zona euro si dovrebbero accordare per chi resta nel primo gruppo e per chi resta in fondo al treno (chi decide cosa?). Inoltre, questo scenario di uscita concordata postula una neutralità dei mercati che è inverosimile.


5. Quanto costerebbe uscire dall'euro

Solo una uscita traumatica dall'euro, quindi, è credibile come ipotesi. Un'ipotesi tuttavia che avrebbe dei costi elevatissimi per le economie nazionali e potrebbe - nello scenario peggiore – avere pesanti ricadute recessive globali. In Francia l'uscita dall'euro, secondo l‘economista Nicolas Baverez, porterebbe nel breve termine a una caduta del Pil del 20% e alla perdita di almeno 1 milione di posti di lavoro (in Italia probabilmente sarebbe ancora peggio). Il ritorno al franco si accompagnerebbe a una svalutazione dal 20 al 30% della ritrovata moneta nazionale, che compenserebbe la perdita di competitività dei prezzi avvenuta con il passaggio all'euro. Ma ci sono altri aspetti da considerare. Aspetti non positivi..


6. L'Italia? Un Paese in saldo

In Italia una svalutazione del 20-30% causata dal ritorno alla moneta nazionale, la vecchia lira, farebbe perdere da un giorno all'altro valore ai patrimoni di tutti gli italiani. Il nostro è uno dei paesi europei che ha il primato per il risparmio personale e le proprietà immobiliari. L'uscita dall'euro farebbe subito perdere valore alle case e ai risparmi degli italiani del 20-30%. Oltre alla svalutazione ritornerebbe l'inflazione, un fantasma che ci ha accompagnato per decenni, un po' come è ora con lo spread BTp-Bund. Certo, con il ritorno alla lira l'industria italiana potrebbe tornare a competere sui mercati globali sfruttando le svalutazioni competitive come faceva negli anni Ottanta. Tornerebbero a frotte gli investimenti esteri attirati, come in Grecia, dalla svalutazione dei nostri asset. Ma diventeremmo Terra di conquista per chi ha liquidità, più di quanto non stia avvenendo ora. Un Paese in saldo. Con la svalutazione che deriverebbe dal ritorno alla moneta nazionale, inoltre, da un giorno all'altro l'Italia si ritroverebbe con un debito pubblico enormemente aumentato. Un altro rischio grande, è che il Paese con un'uscita traumatica dall'euro e la ripresa della sovranità monetaria sarebbe, almeno in un primo momento, alla mercé della speculazione dei mercati finanziari, con probabile fuga di capitali e disintegrazione del sistema bancario.


7. Quanto costerebbe la fine del mercato unico

Se alla fine dell'euro, poi, si dovesse aggiungere anche la fine del Mercato unico - teorizzata anche questa da alcuni economisti più oltranzisti - si avrebbe lo scenario peggiore. Stando alle stime di Baverez, la fine del mercato unico europeo porterebbe a una perdita secca del Pil nell'area euro di circa il 5% e a una diminuzione del reddito annuo pro-capite di 4.000-5.000 euro. Non solo. La fine dell'euro assieme alla fine del mercato unico farebbe cadere l'economia mondiale in una profonda recessione.


8. Una moneta unica? Sì, ma in Africa

Strano ma vero. Ma è quello che stanno cercando di fare in Africa: i capi di stato di Kenya, Tanzania, Uganda, Rwanda e Burundi il 30 novembre, a Kampala, hanno firmato un protocollo che li impegna a creare nei prossimi dieci anni un'unione monetaria dei paesi dell'Est Africa (Eac). I leader di questi 5 paesi stanno già da tempo lavorando per creare un mercato comune e una singola unione doganale. Ora scommettono sull'integrazione per aumentare gli scambi e la crescita economica dell'area. Questo non è l'unico piano di unione monetaria che riguarda il continente nero. Tre mesi fa anche i leader dei Paesi dell'Africa Occidentale hanno siglato un ambizioso protocollo per l'introduzione di una valuta comune, denominata Eco, dal 2015. Per ora i paesi interessati sono 6, tra i quali Nigeria, Ghana e le due Guinee. Ma dal 2020 ai componenti di questa Unione economica e monetaria dell'Africa Ovest (ribattezzata con un acronimo francese Uemoa) si dovrebbero aggiungere altri paesi dell'area che adesso hanno ancora il franco centrafricano (Cfa). Insomma,mentre in Europa c'è chi vuole uscire dall'euro in Africa c'è chi ci imita per sperare, un giorno, di riuscire ad adottare una moneta unica.

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