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Poste Italiane e le "strategie" degli speculatori
Articolo del 2 febbraio 2016

NOTIZIE MPS Ma vi pare che Repubblica metta in campo la prima pagina e la prima firma della politica, Claudio Tito - che di economia non scrive mai – per sparare uno scoop inventato di sana pianta?

No che non vi pare, e avete ragione. Perché quel che c'è dietro allo scoop - molto fondato! – fatto domenica dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e diretto da Mario Calabresi (oltre tutto, piuttosto filogovernativo!), sulle possibili nozze tra il Bancoposta e il Monte dei Paschi di Siena, e soprattutto quel che c'è dietro alla successiva, secca smentita ufficiale di Poste italiane, è un intrigo di Palazzo in piena regola, da leggere in controluce e in una prospettiva europea.

Andiamo con ordine. Il Monte dei Paschi di Siena è, oggi, una banca ottimamente gestita, anzi tra le meglio gestite d'Italia, perché il nuovo amministratore delegato Fabrizio Viola è tra i banchieri più bravi d'Italia e il presidente Massimo Tononi è un personaggio di indiscussa statura. Nel 2015, dopo cinque anni chiusi in rosso, i conti del Monte sono tornati in utile, sia pure solo di 390 milioni di euro, ma con un risultato operativo lordo di 1,87 miliardi, in crescita del 27% rispetto al 2014, grazie alla gestione corrente.

Ma allora il problema dov'è? Semplice: è nelle grandi sofferenze bancarie che l'istituto ancora conserva in pancia, eredità avvelenata delle nefaste gestioni piddine degli anni apparentemente d'oro, e soprattutto della demenziale acquisizione della Banca Antonveneta, strapagata e nascostamente malconcia. Nell'insieme, i crediti deteriorati- che pure sono scesi di circa 600 milioni - si attestano ancora all'enormità di 46,9 miliardi, la metà dei quali definibili "sofferenze": quindi, a dispetto del buon coefficiente patrimoniale Cet 1 di circa il 12%, ben superiore al 10,2% imposto dalla Banca centrale europea, il Monte è ancora un istituto "ad alto rischio".

Servono capitali freschi per compensare quei 23 miliardi di sofferenze, almeno nella componente non coperta da garanzie reali (una metà circa). E la cosa sta a cuore del governo - ci mancherebbe altro! - sia perché una crisi del Monte si scaricherebbe con effetti gravissimi sull'intero sistema bancario italiano e sull'economia reale del Paese, sia perché il maggior singolo azionista italiano dell'istituto è pur sempre il ministero dell'Economia, con il 4,02% del capitale.

Non ci sarebbe proprio niente di strano se il governo italiano facesse, con una decina di miliardi, quel che ha fatto il governo tedesco con la Commerzbank e la Detusche Bank nel 2009, ma con una novantina di miliardi: le ricapitalizzò, per salvarle. Ma per riuscirci dovrebbe battere sul serio i pugni sul tavolo e far digerire all'eurocrazia il concetto che gli "aiuti di Stato" elargiti dai nostri partner europei alle loro banche per complessivi 650 miliardi di euro sono stati una montagna di fronte alla quale i modesti importi necessari per stabilizzare il quadro italiano non dovrebbero nemmeno essere notati a Bruxelles.

Da Il sussidiario.net

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